Miki Satoshi è la nuova promessa del cinema giapponese cui il FEFF dedica quest’anno un focus di tre pellicole (In the Pool, Deathfix, Adrift in Tokyo), commedie surreali che usano l’ironia per smascherare le nevrosi dell’odierna società giapponese, soffocata da ritmi estenuanti e caratterizzata da una competizione sempre presente con l’Occidente.
Si dice nevrotico anche lui, e con una risata spiega il difficile rapporto che lo lega alla critica cinematografica e ai produttori, troppo spesso spaventati dall’imprevedibilità dei suoi progetti. È proprio questa la bellezza del cinema, continua il giovane regista: la capacità di provocare reazioni diverse se non contrastanti nel pubblico.
Le sue opere sono frutto d’idee improvvise, magari nate dalla visione o re-visione di altri film, eppure sempre capaci di affermare una personale cifra stilistica. Non sorprende dunque il suo prendere le distanze dal cinema hollywoodiano, cui si dice estraneo, incosciente, volutamente ignorante.
Confessa la sua difficoltà nel trarre da un libro una sceneggiatura che riesca a aderire completamente al testo di partenza; si dice invece inamovibile sulla perfetta resa sullo schermo del copione, che raramente cambia per volere degli attori.
Sfoggia un onnipresente cappellino con su scritto It’s always sunny in California e scherza con la stampa raccontando degli incontri fatti durante il soggiorno udinese, personaggi buffi perfetti per una sua prossima commedia. È un uomo eccentrico, Satoshi, come eccentrico è il suo cinema, che pur vivendo di budget limitatissimi, è reso possibile dalla stretta collaborazione con la sua troupe, sempre pronta con acconciature e make-up a sfornare veri e propri monumenti comici quali sono i personaggi delle sue opere.




