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Kong Su-chang

Ambientato nella zona demilitarizzata al confine tra le due Coree, l’horror The Guard Post di Kong Su-chang rispecchia efficacemente la situazione di forte oppressione di stampo dittatoriale vissuta dai soldati coreani nell’ultimo ventennio. Nel film vengono ripresi anche temi poco trattati in Corea, come la guerra in Vietnam, ritenuta ingiusta e sbagliata dal regista. Oltre a questo, è evidente l’analogia con l’odierna guerra in Iraq: come per il Vietnam i giovani soldati coreani sono inviati al fronte per combattere per una causa che non gli appartiene.
Le due Coree vivono da sempre in uno stato di tensione costante e i giovani crescono imparando ad odiare il nemico invisibile oltre la frontiera. Kong Su-Chang ha scelto come protagonisti dei soldati per evidenziare la repressione, i sensi di colpa e il terrore vissuti in un ambiente fortemente gerarchico come quello militare.
Come altri registi della sua generazione, che negli anni ’80 hanno contribuito al rovesciamento della dittatura, anche lui ritiene che il cinema sia un mezzo importante per trasmettere un forte messaggio sociale di denuncia al sistema militare.
Il virus che colpisce i soldati nel bunker e li trasforma in feroci assassini assetati di sangue è un’efficace metafora per indicare tutto ciò che c’è di male all’interno della società coreana contemporanea. La complessità delle scene e i costanti flashback rispecchiano la confusione e il disorientamento che aleggia in tutti gli strati della società.
Il bisogno di esprimere il dramma della guerra e dei terribili risvolti psicologici che essa comporta, deriva dalla necessità del regista di esorcizzare l’esperienza vissuta da lui stesso durante il servizio di leva che, sebbene risalga a 15 anni fa, ancora lo tormenta nei suoi incubi.
I maestri del neorealismo italiano sono stati per lui dei modelli importanti, tanto da influenzare il suo modo di fare cinema; anche Dario Argento rientra tra le sue fonti di ispirazione, essendo ad esempio Suspiria un film molto diffuso in Asia.
Secondo il regista l’horror è il veicolo più efficace per trasmettere il suo messaggio ad un’ampia fetta di pubblico, in quanto genere molto apprezzato nel suo paese e nel quale i produttori, vedendo un largo margine di guadagno, investono grandi somme di denaro.
La costante situazione di crisi del cinema coreano ha causato l’interruzione delle riprese di The Guard Post per 4 mesi, fino a quando non ha ottenuto il supporto da un nuovo finanziatore.

Yamazaki Takashi

Presente al Festival con la pellicola Always – Sunset on The Third Street – 2, seguito del fortunato film del 2005, il regista Yamazaki Takashi ha spiegato come sia stato difficile ricreare le atmosfere di un periodo come quello Shōwa (1925-1975 ca.), caratterizzato da grandi stravolgimenti sociali, conseguenti al conflitto bellico.
Inizialmente l’epoca Shōwa non rientrava tra gli interessi del regista, convinto solo in un secondo momento dall’entusiasmo del produttore. Man mano che l’opera cominciava a delinearsi chiaramente, anche Yamazaki ne risultava sempre più interessato e coinvolto dalla notevole energia che questa emanava. Da notare poi le somiglianze con il cinema neo realista italiano nell’esperienza di dolore comune, vissuta dai due paesi durante la guerra.
Lo scopo del film è quello di mostrare alle nuove generazioni lo spirito che animava le persone di quell’epoca, capaci di risollevare le sorti del Paese, rendendo oggi il Giappone uno dei paesi più ricchi al mondo.
Per un regista come Yamazaki, abituato a creazioni del tutto fantascientifiche, è stato impegnativo ricostruire qualcosa che nella memoria di molte persone era ancora presente; grazie all’evoluzione della computer graphics ha potuto ricreare una realtà virtuale molto realistica, in grado non solo di stupire ma soprattutto di ricondurre al nostalgico passato.
La cura nei dettagli serve, sempre secondo il regista, a creare dei veri e propri ponti culturali con l’estero, contribuendo alla diffusione del Made in Japan.
Si è parlato poi del nuovo film in lavorazione, in cui si approfondiscono le relazioni interpersonali di un piccolo villaggio dell’epoca Sengoku; il filo conduttore del lungometraggio sarà una love story, alternata da sequenze di combattimento tra samurai.
La scena iniziale in cui è presente Godzilla, ripreso graficamente in maniera molto fedele all’originale, ha voluto essere un omaggio ad un personaggio molto importante per la generazione del regista.

Jung Kil-Young

Con l’eliminazione della censura nel 2002 la Corea apre le porte al thriller, genere al quale appartiene Our Town, opera prima del regista Jung Kil-young.
Our Town ha stupito il pubblico coreano per la sua capacità di uscire dai soliti schemi del thriller affrontando il tema della psiche umana in modo profondo e nuovo, inesplorato.
Attraverso l’intricata psicologia dei tre protagonisti, che vogliono essere la rappresentazione di un’unica persona, il regista ha potuto mostrare il lato oscuro e feroce presente in ogni essere umano; azzeccata dunque la scelta di un thriller dalle venature psycho-horror, genere capace di rappresentare quella natura violenta dell’uomo purtroppo sempre più evidente anche nella realtà di tutti i giorni.
Grande appassionato di musica per quanto non particolarmente dotato, Jung Kil-young ha deciso di abbracciare il cinema in quanto forma d’arte estremamente diretta, capace di raggiungere e comunicare un messaggio forte a tutti gli strati della società.
La colonna sonora, composta da un suo amico musicista, riesce ad amplificare la risposta emotiva dello spettatore durante tutta la durata del film. La presenza di un’opera lirica italiana contribuisce in tal senso, ma il regista nega che dietro questa scelta ci sia una futura distribuzione occidentale del film.
La rappresentazione della città è emblematica già a partire dal titolo. Our Town è la Città di Tutti, il mondo intero, il villaggio globale, simbolo di una tragedia condivisa.
La scelta di usare la crocifissione va letta come critica al cristianesimo protestante. La croce è dunque simbolo di condanna “al contrario”: chi viene crocifisso non è mai colui che lo merita.
Autore decisamente eclettico, Jung Kil-young ha in progetto un biopic su di un musicista rock coreano ed un altro thriller, ma non esclude la possibilità di spaziare anche in altri generi.

Joko Anwar

Lo sceneggiatore Joko Anwar ha commentato il lavoro da lui svolto per Quickie Express, la sex comedy che ha divertito ed appassionato il pubblico del Far East Film Festival. Anwar, dopo aver confessato di aver scritto la sceneggiatura del film in soli cinque giorni fumando marijuana, si è detto piacevolmente colpito dalle reazioni positive degli spettatori udinesi; questo risultato, secondo lo scrittore, testimonia come il film riesca a rompere i confini tra le diverse società e culture, parlando a tutti.
Quickie Express, scampato alla censura nonostante le note restrizioni del governo indonesiano, affronta in modo divertito e disinvolto tematiche quali sesso e omosessualità, gettando uno sguardo ironico sulla società indonesiana e sulle sue contraddizioni.
Con atteggiamento critico, Anwar ricorda i feroci conflitti razziali che piegano il suo Paese e limitano la libertà dei suoi connazionali; non manca dunque di sottolineare l’importanza del cinema come mezzo per abbattere le barriere sociali e psicologiche dell’Indonesia, Stato in cui l’industria cinematografica sta vivendo un momento di grande crescita.
Nonostante vi siano solo 50 cinema e solamente lo 0,4% degli indonesiani frequentino le sale cinematografiche, i progressi fatti in questo campo sono notevoli: Quickie Express, non a caso il primo film indonesiano ad essere ospitato dal Far East, ne è un esempio significativo.
Lo sceneggiatore ha infine spiegato la genesi dell’esilarante sequenza dei piranha presente nel film, ispirata dai numerosi negozi di pesci tropicali che lo stesso Anwar ha scoperto durante il suo soggiorno a Giacarta.

Komino Masashi

Prima volta in Italia per il nipponico Komino Masashi, presente al Festival con uno dei due pink-movies in programma quest’anno. Soddisfatto del riscontro positivo ottenuto dal suo Love Master, il regista spera di poter partecipare anche alle prossime edizioni del FEFF.
Riferendosi ai suoi primi passi nel mondo del cinema, c’informa come la strada da lui percorsa sia stata più breve rispetto a quella di tanti suoi colleghi connazionali, priva dunque di un reale apprendistato come aiuto regista.
Casuale l’approdo al genere pink: richiesto dal produttore del famoso fumetto cui il film s’ispira, Komino ha accettato l’offerta incuriosito e stimolato dall’idea di una nuova sfida.
Il genere pink, ha spiegato durante l’incontro con la stampa, offre ai registi la possibilità di dare libero sfogo alla propria creatività, nel tentativo di realizzare film divertenti ed avvincenti allo stesso tempo.
Tuttavia non si nasconde quando, alla domanda su progetti futuri, gli si chiede se continuerà a lavorare nel campo dei pink-movies: si è detto contento del risultato ottenuto con Love Master, ma i suoi attuali interessi sembrano puntare verso i thriller e le pellicole d’azione.

Miki Satoshi

Miki Satoshi è la nuova promessa del cinema giapponese cui il FEFF dedica quest’anno un focus di tre pellicole (In the Pool, Deathfix, Adrift in Tokyo), commedie surreali che usano l’ironia per smascherare le nevrosi dell’odierna società giapponese, soffocata da ritmi estenuanti e caratterizzata da una competizione sempre presente con l’Occidente.
Si dice nevrotico anche lui, e con una risata spiega il difficile rapporto che lo lega alla critica cinematografica e ai produttori, troppo spesso spaventati dall’imprevedibilità dei suoi progetti. È proprio questa la bellezza del cinema, continua il giovane regista: la capacità di provocare reazioni diverse se non contrastanti nel pubblico.
Le sue opere sono frutto d’idee improvvise, magari nate dalla visione o re-visione di altri film, eppure sempre capaci di affermare una personale cifra stilistica. Non sorprende dunque il suo prendere le distanze dal cinema hollywoodiano, cui si dice estraneo, incosciente, volutamente ignorante.
Confessa la sua difficoltà nel trarre da un libro una sceneggiatura che riesca a aderire completamente al testo di partenza; si dice invece inamovibile sulla perfetta resa sullo schermo del copione, che raramente cambia per volere degli attori.
Sfoggia un onnipresente cappellino con su scritto It’s always sunny in California e scherza con la stampa raccontando degli incontri fatti durante il soggiorno udinese, personaggi buffi perfetti per una sua prossima commedia. È un uomo eccentrico, Satoshi, come eccentrico è il suo cinema, che pur vivendo di budget limitatissimi, è reso possibile dalla stretta collaborazione con la sua troupe, sempre pronta con acconciature e make-up a sfornare veri e propri monumenti comici quali sono i personaggi delle sue opere.

Nakata Hideo

La decima edizione del Far East Film Festival accoglie il giapponese Nakata Hideo con un doppio appuntamento: la premiere internazionale di L change the WorLd, sci-fi thriller dai risvolti ambientalisti, e la ghost story Kaidan, chiamata ad inaugurare l’atteso Horror Day.
Se il primo riprende trama e personaggi del precedente Death Note per approfondire gli ultimi giorni di vita del detective L, Kaidan (realizzato al rientro in Giappone dopo la parentesi hollywoodiana) esplora un immaginario, quello dei samurai, da sempre caro al regista.
Sorprende scoprire che l’autore della serie The Ring non ami particolarmente il cinema dell’orrore, cui si è avvicinato per puro caso o, stando alle sue stesse parole, per “un destino del cielo”. Ancora più curioso sapere che uno dei maestri indiscussi del J-Horror prediliga i melodrammi per i suoi momenti di relax…
Nakata Hideo, durante l’incontro con la stampa, ha sottolineato l’importanza del cinema come mezzo di comunicazione senza frontiere, sorta di ponte culturale tra Occidente e Oriente. Si è detto invece disinteressato alle questioni politiche: il suo è un cinema che offre allo spettatore una fuga dalla realtà, lontano da qualsiasi pretesa di denuncia sociale.
Non di solo cinema si è parlato. Netta la posizione del Nostro riguardo alla pena di morte, vista come mezzo legale attraverso il quale le famiglie colpite da crimini efferati affidano la propria vendetta allo Stato. Eliminare tale pena, ha continuato il regista, potrebbe far aumentare i casi di violenza estrema che sempre più di frequente vedono coinvolta la gioventù giapponese.
Grande curiosità infine per la notizia che voleva la Dreamworks impegnata in un nuovo capitolo della saga The Ring, indiscrezione rimbalzata in rete e prontamente smentita dallo stesso Nakata.